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                 Consigli per chi cerca lavoro *a cura di MrJob*


Categoria 'il mondo del lavoro'

MORIRE DI LAVORO: IN GIAPPONE ACCADE. E IN ITALIA?

Mercoledì 9 Luglio 2008

 

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Nella lingua inglese è entrato in uso un nuovo vocabolo, Karosh. Letteralmente significa “morto per eccesso di lavoro” ed è un espressione che arriva dal Giappone, lo stato che detiene il triste primato del maggior numero di suicidi legati alle condizioni di lavoro.

 

Cosa dicono le statistiche

L’ILO, l’Organizzazione Internazionale del lavoro, stima che in Giappone il numero di persone che lavorano più di 50 ore a settimana superi il 28%, tantissimo rispetto al 10% della media europea. Mentre dal 1998 all’inizio del 2007, il numero dei suicidi riconducibili a cause di lavoro, sono stati più di 30.000 con un aumento vertiginoso rispetto agli anni passati. Le cause sono sempre le stesse: ritmi massacranti, ferie negate e straordinari talvolta pari al 100% del normale orario di lavoro.

 

La storia di Uendan

Emblematico è il caso di un ragazzo giapponese, suicidatosi a 23 anni dopo 16 mesi di lavoro massacrante. Assunto da una società appaltatrice, la Nextar, Uendan era stato poi inserito come ispettore di produzione presso la Nikon. Tra straordinari, turni anche di notte e trasferte di lavoro raggiungeva a volte le 250 ore lavorative al mese lavorando anche 15 ore al giorno consecutivamente, senza mai un giorno libero. In breve tempo aveva perso 13 chili, aveva iniziato a soffrire di disturbi vari tra cui di mal di stomaco e insonnia e era sprofondato in una terribile depressione. Fino ad un giorno del marzo 1999 quando, esasperato, si è tolto la vita lasciando un biglietto con scritto:
Tutto il tempo che ho passato è stato sprecato“.

 

La sentenza

Sei anni dopo, nel marzo del 2005, il tribunale distrettuale di Tokyo ha dichiarato colpevoli sia la Nextar che la Nikon ordinando ad entrambe un risarcimento danni. Si tratta di una sentenza esemplare, che però non è bastata a tutelare i lavoratori nipponici. In Giappone infatti, per alcune categorie professionali, non esiste alcuna tutela e i criteri di legge riguardanti le ore lavorative, sono ben lontani dagli standard internazionali.

 

Cosa accade nel nostro Paese

In Italia la situazione è completamente diversa. Gli straordinari sono più bassi rispetto alla media europea e il fenomeno dei Karoshi è quasi del tutto insesistente. Purtoppo questo non significa che le cose vadano meglio. Se in Giappone si muore di lavoro, da noi ci si ammala. Il proliferare di lavori instabili e sottopagati, fanno insorgere condizioni di stress e problemi psicologici prima inesistenti. Molti lavoratori si sentono impotenti di fronte a un futuro instabile e del tutto inadeguati rispetto a esigenze reali, impossibili da realizzare con stipendi talvolta irrisori.

 

Qualche riflessione

I problemi psicosociali che ne derivano non sono però tangibili come un suicidio e quindi è ancor più facile che vengano sottovalutati. Si basano su dati difficilmente misurabili e piuttosto che affrontare il problema, si finge di ignorarlo.
Il lavoro però è un pilastro fondamentale della vita di una persona e ne condiziona sempre di più le scelte. Ed è questo che è frustrante per chi magari vorrebbe prendere determinate decisione ma è costretto a rinviarle in attesa di una stabilità economica al momento lontana. Sarebbe importante prendere coscienza di questo, e non aspettare sempre di arrivare a situazioni irreparabili. Noi continueremo a farlo, dando voce ai lavoratori e pubblicando tutti i vostri commenti, che meglio di ogni altra cosa, spesso denunciano situazioni limite.

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Fonte immagine: PeppeManga

CO.CO.PRO: QUANDO È LEGALE E QUANDO NON LO È

Martedì 6 Maggio 2008

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Il contratto a progetto è un contratto di lavoro regolare, riformato dalla Legge Biagi e ormai utilizzato da sempre più aziende. Il motivo è semplice: in questo modo il datore di lavoro paga meno contributi ai dipendenti, non è vincolato da durate contrattuali eccessive e comunque ha meno vincoli rispetto a un contratto stabile. Ed è proprio qui il cuore del problema. Visti i vantaggi economici, molte aziende abusano dei co.co.pro e li applicano anche quando non sarebbe legale.

 

Cosa dice la legge

La normativa al riguardo è chiara. Un contratto a progetto è valido quando regolamenta una forma di lavoro autonomo. Nello specifico, come dice la parola stessa, presuppone l’esistenza di un progetto, definito e concreto: il lavoratore è vincolato a questo ed è tenuto a produrre risultati concreti entro i termini contrattuali.

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MARITO E MOGLIE: 2 LAVORI, 1 STIPENDIO E MEZZO

Lunedì 21 Aprile 2008

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È quanto emerge dal terzo rapporto sul lavoro atipico stilato dall’Ires in collaborazione con la Cigl. In pratica in una coppia in cui entrambi lavorino, spesso gli stipendi non sono equiparabili e ad essere penalizzate sono quasi sempre le donne.

 

L’occupazione femminile aumenta ma peggiorano i contratti

Un po’ di dati: rispetto a quella maschile, l’occupazione femminile è in crescita ma continua ad essere una delle più basse in tutta Europa. Inoltre nel 19% dei casi si tratta di contratti instabili tanto che nel IV trimestre del 2006 su oltre 3,4 milioni di precari il 53% erano donne. Al di là dei numeri, anche gli stipendi non sono paritari: una donna precaria guadagna solitamente meno di un collega (di sventura) uomo.

 

Il boom dei part time e la diminuzione delle maternità

In compenso sono nettamente aumentati i lavori part time. Sempre secondo l’Ires, le donne lavoratrici con figli sotto i quindici anni nel 49% lavorano solo mezza giornata. Non basta però avere più tempo libero per decidere di avere un figlio. Occorre soprattutto una certa solidità economica. Infatti, dai dati emerge che le donne disoccupate o precarie, proprio a causa della loro instabilità professionale, tendono a rinviare la maternità.

 

Italia sempre divisa in due

Ancora una volta, le differenze regionali sono nette. Al nord l’occupazione femminile è decisamente superiore a quella del sud. In Campania, Sicilia, Puglia e Calabria, ad esempio, le donne lavoratrici sono la metà di quelle dell’Emilia Romagna. Stavolta a confermarlo è l’Instat nel documento di rilevazione di forza lavoro relativa al 2007. Ed è proprio qui che emerge l’ennesimo dato preoccupante: le donne inattive (che non cercano lavoro) sono in aumento in tutto il sud italia con un picco del 67,3% in Campania. Ciò significa che è vero che la disoccupazione nel Meridione è diminuita ma semplicemente perchè è aumentato il numero delle persone che un lavoro non ce l’ha e non prova neppure a cercarlo.

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Fonte immagine: La casa è piccola per noi

LAUREATI ITALIANI, PER GUADAGNARE ANDATE ALL’ESTERO

Mercoledì 16 Aprile 2008

 

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All’estero si guadagna di più e la laurea ha un riconoscimento maggiore rispetto all’Italia. È quanto emerge da uno studio di Almalaurea. A cinque anni dalla laurea il 4% dei laureati vive stabilmente all’estero e il 45% di loro non ha intenzione di tornare in patria. Quelli che invece rientrano, grazie alle esperienze maturate e alle conoscenze linguistiche, trovano un impiego molto più facimente.

 

Si emigra per paura di rimanere disoccupati

In fondo è proprio questo il motivo principale per cui si decide di trasferirsi: la mancanza di opportunità concrete in Italia.
Ed è un problema ormai comune a quasi tutte le facoltà. Ovviamente la maggior parte dei laureati trasferiti all’estero provengono da studi linguistici (11,2%), seguiti da ingegneri (5,5%) e dottori in aree umanistiche. Tra le mete più ambite, Inghilterra, Spagna, Francia e Stati Uniti.

 

I “coraggiosi” vengono premiati

La decisione di trasferirsi è sicuramente una scelta drastica ma decisamente conveniente. Dalla ricerca emerge che all’estero gli stipendi aumentano in media del 50%. Il caso più eclatante è quello dei laureati in ingegneria. Se qui a cinque anni dalla laurea in media guadagnano 1589 euro, all’estero ne prendono 2620. Cambia poco invece per i dottori delle facoltà umanistiche: 1116 euro in Italia contro i 1254 all’estero. C’è da dire però che è l’unica eccezione.

 

E i contratti?

Altra nota positiva è che fuori dall’Italia i neolaureati occupano comunque posizioni di rilievo. Il 18% di loro ha ruoli di quadro, dirigente o direttore mentre in Italia la percentuale è ferma all’8%. Per quanto riguarda la stabilizzazione dei contratti, vince l’Italia. Qui il 70% dei laureati, sempre a cinque anni dalla laurea, è uscito dal precariato mentre all’estero capita solo al 67,9% dei lavoratori. Se però consideriamo che oltreconfine c’è comunque una maggiore flessibilità lavorativa il dato non è così negativo. Insomma, da qualsiasi punto la si analizzi, la scelta di trasferirsi risulta sempre vincente.

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Fonte immagine: Circolo2Garbagnate

IL RISCATTO DEGLI ANNI DI LAUREA

Lunedì 7 Aprile 2008

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Dal 1 gennaio 2008 sono entrate in vigore nuove norme che agevolano chi fa domanda per il riscatto degli anni di università. Eppure sull’argomento continua ad esserci molta disinformazione. Proviamo a schiarirci le idee:

 

Chi può far domanda

Tutti coloro che hanno conseguito una laurea di qualsiasi tipo (triennale, specialistica, vecchio o nuovo ordinamento) ma anche titoli di studio equiparabili. Nello specifico si tratta di:
- lauree conseguite all’estero ma con validità legale in Italia
- lauree ecclesiastiche presso facoltà riconosciute dalla Santa Sede
- diplomi di specializzazione
- diplomi di laurea (della durata non inferiore ai 2 anni e non superiore ai 3)
- dottorati di ricerca (non inferiori ai 2 anni)

 

Quando si può far domanda

In qualsiasi momento purchè si sia in possesso dei seguenti requisiti:
- aver conseguito la laurea
- aver versato almeno un contributo settimanale all’Inps in qualunque momento della vita assicurativa

 

A chi rivolgersi e con quale documentazione

La domanda va presentata al proprio Ente di Previdenza e accompagnata da:
- certificato che attesti il titolo di studio
- il mod. 01M/sost. rilasciato dal datore di lavoro che attesta la retribuzione percepita al momento della domanda

 

Calcolo dell’importo

In generale è calcolato sulla base della retribuzione media pensionabile riferita alla data della domanda ed è deducibile fino a un massimo del 19%. È però possibile chiedere il riscatto ancor prima di iniziare a lavorare. In questo caso l’importo viene calcolato secondo parametri fissi che, tradotto in cifre, significa circa 4.560 euro per ogni anno di studi.

 

Le novità della normativa

Si tratta di somme considerevoli che fino all’anno scorso andavano pagate in un unica soluzione. Le nuove disposizioni prevedono invece che l’importo sia diluibile in 120 rate mensili (10 anni) e senza l’applicazione di alcun interesse. Attenzione però: la normativa è applicabile solo per coloro che abbiano presentato domanda dopo il 1 gennaio 2008.


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